Le influenze

Marzo 5, 2008 at 2:26 pm (attualità)

“Ogni influenza è sempre nefasta per il solo fatto di provenire dall’esterno? la domanda non può che ricevere una risposta negativa. In nome di che cosa si vorrebbe riservare l’America agli americani o i russi alla Russia? [...] La storia di un qualsiasi paese può essere qualcosa di diverso  della somma  che, in ordine di tempo, quel paese ha subito? Se esistesse veramente un popolo deciso a rifiutare ogni cambiamento, che altro dimostrerebbe questa sua volontà se non una smisurata pulsione di morte? Gobineau credeva che le razze superiori fossero le culture più pure; ma oggi non riteniamo forse che le culture più ricche siano proprio quelle più eterogenee?

Ma esiste anche un altro principio, quello di autodeterminazione e di non ingerenza. Come conciliarlo con l’altro? Non è contraddittorio rivendicare il diritto all’influenza e condannare l’ingerenza?

No, anche se la cosa è tutt’altro che scontata, e richiedere delle precisazioni. non si tratta di giudicare il contenuto, positivo o negativo, di questa o di quella influenza: si potrebbe farlo solo con criteri del tutto relativi, e si rischierebbe, in ogni caso, di non essere mai d’accordo, tanto complesse sono le cose. Come misurare l’impatto della cristianizzazione sull’America? Il problema sembra quasi privo di senso, tanto le risposte possono variare. [...] è possibile stabilire un criterio etico in base al quale esprimere un giudizio sulla forma delle influenze: l’essenziale, direi, consiste nel sapere se esse sono imposte o proposte. La cristianizzazione, come l’esportazione di qualsiasi ideologia o tecnica, è condannabile non appena è imposta, con le armi o in altro modo. Esistono aspetti di una civiltà che si possono definire superiori o inferiori; ma ciò non significa che essi possano essere imposti agli altri. Più ancora: imporre agli altri la propria volontà sottintende che ad essi non viene riconosciuta la nostra stessa umanità (e proprio ciò rappresenta un indice di inferiorità culturale. Nessuno ha chiesto agli indiani se desideravano la ruota, i telai, le fucine; sono stati costretti ad accettarli. In ciò risiede la violenza, che non dipende dall’eventuale utilità di quegli oggetti. In nome di che cosa, invece, è condannabile un predicatore disarmato anche se il suo fine dichiarato è quello di convertirci alla sua religione?

Vi è forse una certa dose di utopismo, o di semplicismo, nel ricondurre in questo modo il problema all’uso o al non uso della violenza. Tanto più che quest’ultima, com’è noto, può assumere forme che, pur non essendo molto più sottili, sono però meno evidenti: si può dire veramente che un’ideologia o una tecnica è soltanto proposta, quando viene diffusa attraverso tutti i mezzi di comunicazione esistenti? No di certo. Reciprocamente, una cosa non è imposta quando si ha la possibilità di sceglierne un’altra, e di saperlo. Il rapporto fra sapere e potere, [..], non è contingente ma costitutivo.

Color che non sicurano di sapere, e color che si astengono dall’informare, sono entrambi colpevoli dinanzi alla loro società; o, per dirla in termini positivi, la funzione d’informazione è una funzione sociale essenziale. Se l’informazione è efficace, la distinzione fra <<imporre>> e <<proporre>> conserva la sua pertinenza. [...] La comunicazione non violenta esiste, e si può difenderla come valore.”

Tzvetan  Todorov,  La conquista dell’America. Il problema dell’<<altro>>,  Einaudi, Torino  1984

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