IL GRANDE FRATELLO IN UFFICIO

Marzo 31, 2008 at 2:05 pm (attualità)

In Gran Bretagna si è sperimentato un nuovo modo per stressare i lavoratori e violare, a mio parere, la loro privacy. Questo consiste proprio in un nuovo programma Microsoft che consentirà alle aziende di controllare minuto per minuto i propri dipendenti.
Per spiarci usa sensori wireless e microtelecamere e può essere applicato sia a pc da scrivania sia a portatili fino ad arrivare addirittura ai telefonini.
Raccoglie informazioni come la temperatura del corpo del lavoratore, il battito cardiaco, la pressione del sangue, quali tasti stia digitando e su quali siti internet navighi, le sue espressioni facciali e quante volte si giri o si alzi. Questi dati poi verrano rielaborati assieme al peso, all’età e alle condizioni di salute per scoprire quali siano i livelli di motivazione, di stress, d’efficienza o di frustrazione del dipendente.
E chi merita l’aumento, e chi licenziare alla prima occasione. E ciò se da un verso è spaventoso, dall’altro potrebbe far ottenere a chi se li merita davvero gli aumenti e non a chi è il favorito/a del capo. L’era dei parassiti è finita, ma con essa anche quella della tranquillità. L’ambiente di lavoro sarà un posto frenetico, dove mantenere un comportamento impeccabile. Sarà come avere il capo perennemente fra i piedi. Lavorare così è pressocchè impossibile.
E il software doveva rimanere segreto, ma è finito sulla prima pagina del Times, ovviamente non senza conseguenze: i gruppi per la difesa dei diritti civili e i sindacati fanno sentire le loro voci furenti.
Un sindacalista americano dell’Unite afferma che il sistema ovviamente aumenta i controlli sul dipendente (e fin qui c’arrivavo anch’io) ma lo fa in maniera vecchia: si guarda a ciò che succede nel mentre, non ai risultati, inoltre sarebbe la fine del rapporto di fiducia tra datori di lavoro e dipendenti.
Da un lato ci lamentiamo perchè ottengono promozioni o aumenti di stipendio persone che non li meritano e, se si facessero i dovuti controlli si potrebbe parlare di vera meritocrazia, però in questo modo si distrugge il diritto alla privacy dei dipendenti in favore della produttività dell’azienda. La Microsoft si è affrettata a precisare tramite Horacio Gutierrez che non si tratta di un attacco alla privacy del lavoratore ma è posto al suo servizio, proprio per questo si usa il monitoraggio del battito cardiaco è per capire se gli utenti hanno bisogno d’assistenza.
Secondo me, questo certo Horacio ci ha preso tutti per cretini. Questa dichiarazione mi sembra soltanto un pretesto per salvarsi la faccia in extremis, perchè per comprendere se il lavoratore ha bisogno d’assistenza non c’è bisogno di SPIARE i tasti che digita o i siti internet che visita.
Ma le proteste hanno suscitato qualche reazione: il software verrà commercializzato solo fra 5 anni…Quindi la strage è soltanto rinviata.

Permalink Lascia un Commento

ARCOBALENO

Marzo 7, 2008 at 3:47 pm (Senza Categoria)

Una città evoluta, grattacieli e negozi chic.
Sopra di essa nubi nere si diradano dopo un temporale lasciando sprazzi di cielo azzurro.
goccioline di pioggia, ancora nell’aria rimangono lì, sospese indecise.
Un raggio di sole lo crea.
Bolidi continuano a sfrecciare veloci.
Passano, senza fermarsi, senza guardare indietro, senza rimpianti, senza pensieri.
Corrono, senza far caso.
Quel signore anziano, un po’ goffo che saluta,
quella ragazza che sembra cercare qualcosa, forse un amico.
Sbuffano incredule imbottigliate nel traffico.
Pensieri impersonali, scontati, nessuno riflette, nessuno crede.

Cosa faranno in ufficio, dove posteggiare l’ auto o sperano invano che le loro figlie adolescenti non gli rompano troppo le scatole.
Cieche, uguali, egocentriche, senza sogni, senza immaginazione.

Le persone sui marciapiedi camminano affrettandosi chiusi in vestiti grigi, cravatte, tailleur femminili con le calze traslucide.
Qualche ombrello ritardatario si accorge che non piove più e scuotendosi si chiude,
ma altri rimangono aperti comunque, troppo presi dai loro pensieri.
Si sente nell’aria il ticchettio dei tacchi femminili: a spillo, alla brasiliana, bassi, ma tutte quelle che li indossano si illudono di essere più belle, più intriganti senza accorgersi che è quello che hai dentro, quello che pensi che conta sul serio.
I miliardi di voci e di bip elettronici dei telefonini risuonano confusi in un unico boato, ma nessuno alza gli occhi al cielo, travolti e spinti dalla folla.
Persone diverse si mischiano e si sfiorano.
Sfilano punk, topi d’ufficio con occhiaie evidenti, donne sexy in tailleur nero, ragazzine in jeans troppo stretti e magliette improbabili, e donne anzianotte un po’ soprappeso che cercano di camuffare la loro età nascondendosi dietro trucco, vestiti inadatti e scarpe griffate.
Ma tutti vanno avanti, ignorandosi dovutamente. Nessuno saluta, nessuno sorride e ciechi e sordi a quanto di più bello c’è nel mondo pensano solo a quello che dovranno fare nei loro piccoli microcosmi.

Guardano tutti dritti avanti a sé pensando di sapere dove stanno andando: uffici, metropolitane, case, negozi… ma in realtà non lo sanno e una volta che arrivano alla mèta sono ancora insoddisfatti, incompleti senza trovare un perché, ma non si soffermeranno troppo su quei pensieri, perché la società vuole gente che realizza, non che pensa, perché pensare fa male.
Quella giornata sarà uguale a mille, stessi posti, stessi pensieri standardizzati; senza poterla vivere davvero.

Una ragazza si ferma improvvisamente.
Si sente una voce fuoricampo – Ma che, sei scema? Non ti fermare così di botto che le persone ti vengono addosso cretina! – ma lei non ascoltava.
Due occhi verdi si accorgono finalmente di quello che è apparso in cielo.
Le strisce di colore solcano il cielo terso.
L’arcobaleno.
L’arcobaleno, segno di speranza e di gioia, di fanciullezza e d’ingenuità.
Quello che quando eravamo piccoli con il mondo tutto da scoprire la prima volta che lo vedevamo spuntare dal nulla chiedevamo a papà
- Ma che cos’è quel coso laggiù? – e lui ci rispondeva che era l’arcobaleno e allora noi – E c’è la pentola d’oro dove inizia?-
e lui – No, quella è solo una favola – distruggendo così per la prima volta il sogno di vedere dove inizia l’arcobaleno.
E lui imperterrito parte con le spiegazioni scientifiche che a te , a tre anni, non possono interessare di meno, perché da piccolo non ti chiedi il perché delle cose ma le accogli solamente con un abbraccio e, delusi, rimaniamo lì, imbambolati, a bocca aperta chiedendoci come poteva essere possibile che l’arcobaleno non avesse né un inizio né una fine.

Finalmente qualcuno della folla si ricorda e scopre di poter essere di nuovo bambino, di poter provare ancora quella sensazione di gioia tranquilla e di sorpresa ingenua, può ricordare com’era prima, le campagne, i greggi, i pastori sdentati che ti sorridono, i bambini che corrono.
Capisce che quei ricordi saranno per sempre custoditi al suo interno, nel proprio cuore, e quando vorrà potrà sempre tirarli fuori per non dimenticare cosa c’era prima della fretta, del lavoro e dello stress.

E viene voglia di poter fare vedere tutto quello che hai visto tu ai nuovi bambini, quelli cresciuti tra televisione e grattacieli, convinti che nella vita reale, prima del “game over” hai ancora tre possibilità. Quelli che sanno tutto dell’amore, della droga, dei sentimenti.
Piccoli burattini della società, quelli di cui ha bisogno per continuare a non pensare, a non sognare, perché i sogni non servono a nessuno.
Quelli a cui non importa se hanno davanti un prato o una fabbrica finché non rientreranno nei propri interessi. Gli speculatori del domani.

L’unica cosa che puoi fare per salvarli?
Portali in campagna, falli rotolare su un prato, e raccontagli le cose che hai vissuto tu.

Quello che hai provato quando un giorno hai visto un arcobaleno.

Permalink Lascia un Commento

PERPLESSITà

Marzo 7, 2008 at 3:35 pm (politica)

Molto presto, ad Aprile, si svolgeranno le elezioni.

Ciò mi preoccupa, perchè non so se sono l’unica a sentire l’esigenza di una configurazione più chiara. Nessuno è in grado di mettere per iscritto i programm politici con tutti i propri obiettivi e il modo per conseguirli.  Non c’è alcun modo di confrontarli o di accendere la televisione senza essere letteralmente sommersi da ciò che ha detto questo o quel politico, senza riuscire ad elaborare un programma completo e organico secondo il quale l’elettore possa scegliere consciamente.

Forse è proprio questo ciò che vogliono. Impedire alle persone di conoscere dettagliatamente i vari programmi. Elaborarne tanti e talmente dispersivi da confondere la gente.

Io inizio a prendere appunti ascoltando il telegiornale…vedremo come finirà.

Permalink Lascia un Commento

BIO TOWN PLANNING

Marzo 7, 2008 at 3:21 pm (ambientalismo)

Sei il sindaco di una città di 1000-2000-3000 abitanti?
e vuoi un progetto di bio-town?, noi te lo prepariamo
in una settimana.
In cosa consiste il progetto di Bio-town? ;
La bio-town è un concept che si definisce, per il fatto che la città intera viene “riprogettata” a partire da una
configurazione semplice. Si punta il compasso al centro
della città si traccia un raggio che varia da 100 metri
ad un chilometro; entro quel raggio non devono essercia) Supermercati
b) Centro commerciali
c) Discariche di “concentramento” di qualsiasi genere
d) Inceneritori
e) Abolizione di impianti a Gas
f) Divieto assoluto di utilizzo di imballaggi
h) Divieto assoluto di presenza di Stazioni di benzina
Entro quel raggio devono esserci:
a) Case o progetti che prevedano l’ausilio di energia
foto voltaica
b) Accordi commerciale con le aziende agricole per
sviluppare bio-massa, con consistenti guadagni per gli agricoltori o semplici contadini
c) Piani di riforestazione strategica
d) Impianti per il riciclaggio rifiuti plastici
e) Impianti per riciclaggio plastiche
f) Installazione di agriturismi per le aziende agricole
g) Centrale a bio-massa per lo sviluppo di prodotti energetici rinnovabili.
h) Piste ciclabili
i) Forestazione delle strade
k) Abolizione delle strade a doppia carreggiata
l) Creazione di min-bio-discariche a basso concentramento all’esterno del cerchio.
Avendo abolito ogni genere di imballaggio e creando dei porti inter nodali, gl imballaggi,
vengono “Recuperati dalle stesse aziende che li producono o che li comprano
per imballare altri prodotti; qualora vi sia la necessità dell’utilizzo degli imballaggi,
questo significa che gli imballaggi dovranno essere progettati in modo che il consumatore
non lo distrugga ma si limiti unicamente ad aprirlo; in caso di distruzione non autorizzata
scatta la multa per ripagare l’imballaggio: “l’imballaggio è più prezioso del prodotto” se si pensa
ad un sistema eco compatibile.
Possibile che queste cose non facciano parte di un programma politico nazionale?
possibile che voi politici siate così lenti a capire queste cose “ELEMENTARI”?.
per info > archiram.progetti@archiram.com

Permalink Lascia un Commento

Le influenze

Marzo 5, 2008 at 2:26 pm (attualità)

“Ogni influenza è sempre nefasta per il solo fatto di provenire dall’esterno? la domanda non può che ricevere una risposta negativa. In nome di che cosa si vorrebbe riservare l’America agli americani o i russi alla Russia? [...] La storia di un qualsiasi paese può essere qualcosa di diverso  della somma  che, in ordine di tempo, quel paese ha subito? Se esistesse veramente un popolo deciso a rifiutare ogni cambiamento, che altro dimostrerebbe questa sua volontà se non una smisurata pulsione di morte? Gobineau credeva che le razze superiori fossero le culture più pure; ma oggi non riteniamo forse che le culture più ricche siano proprio quelle più eterogenee?

Ma esiste anche un altro principio, quello di autodeterminazione e di non ingerenza. Come conciliarlo con l’altro? Non è contraddittorio rivendicare il diritto all’influenza e condannare l’ingerenza?

No, anche se la cosa è tutt’altro che scontata, e richiedere delle precisazioni. non si tratta di giudicare il contenuto, positivo o negativo, di questa o di quella influenza: si potrebbe farlo solo con criteri del tutto relativi, e si rischierebbe, in ogni caso, di non essere mai d’accordo, tanto complesse sono le cose. Come misurare l’impatto della cristianizzazione sull’America? Il problema sembra quasi privo di senso, tanto le risposte possono variare. [...] è possibile stabilire un criterio etico in base al quale esprimere un giudizio sulla forma delle influenze: l’essenziale, direi, consiste nel sapere se esse sono imposte o proposte. La cristianizzazione, come l’esportazione di qualsiasi ideologia o tecnica, è condannabile non appena è imposta, con le armi o in altro modo. Esistono aspetti di una civiltà che si possono definire superiori o inferiori; ma ciò non significa che essi possano essere imposti agli altri. Più ancora: imporre agli altri la propria volontà sottintende che ad essi non viene riconosciuta la nostra stessa umanità (e proprio ciò rappresenta un indice di inferiorità culturale. Nessuno ha chiesto agli indiani se desideravano la ruota, i telai, le fucine; sono stati costretti ad accettarli. In ciò risiede la violenza, che non dipende dall’eventuale utilità di quegli oggetti. In nome di che cosa, invece, è condannabile un predicatore disarmato anche se il suo fine dichiarato è quello di convertirci alla sua religione?

Vi è forse una certa dose di utopismo, o di semplicismo, nel ricondurre in questo modo il problema all’uso o al non uso della violenza. Tanto più che quest’ultima, com’è noto, può assumere forme che, pur non essendo molto più sottili, sono però meno evidenti: si può dire veramente che un’ideologia o una tecnica è soltanto proposta, quando viene diffusa attraverso tutti i mezzi di comunicazione esistenti? No di certo. Reciprocamente, una cosa non è imposta quando si ha la possibilità di sceglierne un’altra, e di saperlo. Il rapporto fra sapere e potere, [..], non è contingente ma costitutivo.

Color che non sicurano di sapere, e color che si astengono dall’informare, sono entrambi colpevoli dinanzi alla loro società; o, per dirla in termini positivi, la funzione d’informazione è una funzione sociale essenziale. Se l’informazione è efficace, la distinzione fra <<imporre>> e <<proporre>> conserva la sua pertinenza. [...] La comunicazione non violenta esiste, e si può difenderla come valore.”

Tzvetan  Todorov,  La conquista dell’America. Il problema dell’<<altro>>,  Einaudi, Torino  1984

Permalink Lascia un Commento